LA POLVEROSITÀ NELL’ALLEVAMENTO SUINO
I periodi estivi particolarmente afosi e secchi ripropongono annualmente una problematica sensibilmente avvertita nell’allevamento intensivo del suino, acuita in alcuni casi dai turbolenti spostamenti degli animali tra i box o dalle movimentazioni di mezzi di trasporto in entrata e uscita dalle aziende, e cioè il tema della polverosità dell’aria, non solo un fenomeno fastidioso ma un vero e proprio danno sanitario per gli animali e per il personale.
La qualità dell’aria è un parametro spesso sottovalutato in allevamento nonostante sia ampliamente dimostrato quale grosso impatto possa avere sugli indicatori zootecnici, gradiente igienico-sanitario delle strutture, benessere degli animali e salute degli addetti coinvolti.
In base al diametro aerodinamico espresso in µm, il particolato può essere classificato come grossolano (Pm 2,5 – 10), fine (Pm 1 – 2,5) e ultrafine (Pm < 1): la sommatoria di tutte le frazioni dimensionali costituisce la polvere totale in sospensione.
La costituente del particolato può essere una matrice di natura minerale oppure organica con potenziale presenza di tossine ed allergeni, mentre i microrganismi associati, circolanti nell’ambiente per via aerogena, sono prevalentemente di derivazione fecale. Questa mescolanza di componenti costituisce il bioaerosol, che oltre a batteri comprende virus, funghi, spore, ma anche ammoniaca e radicali liberi, che sono i responsabili di odori ed effluvi sgradevoli.
L’ esposizione ad elevate concentrazioni di contaminanti e inquinanti nell’aria ambientale, come sta avvenendo nel periodo estivo attuale in forma sistematica e protratta, durante il ciclo di produzione dell’allevamento suinicolo, comporta un reale rischio di peggioramento delle performances degli animali, causa modificazioni in senso negativo dello stato di salute e del livello di benessere, ma soprattutto può risultare nociva anche per lo stesso personale dello stabilimento, a causa della fisiologica affinità tra uomo e suino. Quindi il maiale può assolvere alle funzioni sia di serbatoio primario che di ospite intermedio, confermandosi una specie particolarmente predisposta alla vettorialità di agenti zoonosici, anche attraverso il particolato aereo.
Tale argomento è già compreso nella Check list ClassyFarm di valutazione del Benessere Animale nell’ambito di “EDIFICI E LOCALI DI STABULAZIONE” presente al punto 10 (elemento di verifica 10): Temperatura, Umidità Relativa e Polverosità.
La norma di riferimento è il D. L. vo 146/2001, allegato, punto 10) “che riporta: La circolazione dell’aria, la quantità di polvere, la temperatura, l’umidità relativa dell’aria e le concentrazioni di gas devono essere mantenute entro limiti non dannosi per gli animali”.
Inoltre tale problematica viene espressa nella Raccomandazione 5 EFSA Journal 2007; 611,8-13). b) in cui si ipotizza che, in caso di elevata polverosità dell’aria, ciò potrebbe rappresentare un fattore scatenante contribuente all’aumento dell'incidenza della morsicatura della coda in un allevamento suinicolo.
Come noto il suino presenta difficoltà nel processo di termoregolazione in quanto possiede ghiandole sudoripare in numero ridotto e una bassa volemia. Proprio per questo in concomitanza di alte temperature, accompagnate da eccessiva polverosità dell’aria e da un’elevata umidità relativa, può andare incontro a stress termico cercando di proteggersi cambiando ed alterando il proprio comportamento abituale. In situazione di caldo, infatti, i soggetti assumono una posizione di decubito laterale, esponendo la massima superficie corporea all’aria e al contatto con il pavimento, cercando isolamento, lontano dagli eventuali compagni di box, e possibilmente nelle ubicazioni con maggiori correnti d’aria, limitano il livello di attività, riducono l’ingestione di alimento e contemporaneamente aumentano considerevolmente il consumo di acqua di bevanda.

Per quanto attiene allo stato di allerta sanitaria veterinaria attualmente prevalente nel settore suinicolo nazionale, occorre segnalare che recenti pubblicazioni scientifiche hanno dimostrato che il particolato può essere contaminato e veicolare il virus della Peste Suina Africana. Questo può avvenire in caso di drastiche variazioni ambientali che possono avvenire nell’allevamento (es. variazione dei flussi di ventilazione, polverosità concomitante alla distribuzione dell’alimento) che consentono all’eventuale agente virale di sfruttare questo particolare vettore e percorrere distanze di alcuni metri, con una variabilità dipendente da temperatura, velocità del ricambio d’aria e ceppo virale.
Nella prospettiva One Health le polveri sospese, quale eventuale vettore di patologie, destano preoccupazione per la salute dei suini ma anche nei confronti delle risorse umane perché possono risultare nocive anche per lo stesso personale, a causa della citata vicinanza uomo-suino che predispone alla trasmissibilità di agenti zoonosici sia conosciuti che emergenti.
In tale prospettiva, in un allevamento suinicolo, particolato e bioaerosol costituiscono un rischio biologico occupazionale da valutare con attenzione in base alla correlazione tra profilo epidemiologico dei patogeni coinvolti e attività antropica. Procedure di controllo del particolato sono una priorità anche per limitare la diffusione dell’antibioticoresistenza, per la necessità di circoscrivere la diffusione del resistoma, ovvero della capacità degli agenti patogeni diffusibili per via aerogena, di acquisire resistenza a classi di farmaci (recenti ricerche riportano che il 63-73% del resistoma deriva dall’aerosolizzazione delle feci degli animali), e quindi allevatori, personale di allevamento, veterinari, mangimisti e trasportatori, che sono quotidianamente esposti agli allergeni presenti nell’aria (es. Pm10, endotossine e microrganismi) costituiscono una categoria professionale particolarmente sensibile allo sviluppo di sindromi respiratorie, con elevata probabilità di compromissione della funzionalità polmonare, giudicate malattie professionali dall’Istituto Nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro (Inail) nonché regolamentate ai sensi del Dlvo 81/2008 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.
Considerando appunto e ad esempio in ottica One Health un agente responsabile di tecnopatia degli animali (es. Staphylococcus aureus Mrsa), tale elemento in grado di diffondere geni di antibioticoresistenza, rappresenta una minaccia epidemiologica a doppia valenza espositiva, impegnando veterinari e suinicoltori a cimentarsi in una sfida sanitaria sempre più critica e complessa.

Come detto sopra la polverosità dell’aria, in un contesto di verifica ufficiale, costituisce un elemento valutativo di “non idoneità” per gli animali, in base ai controlli riferiti al Benessere Animale effettuati dall’AST, da cui scaturiscono valutazioni negative che incidono economicamente sui contributi spettanti agli allevatori.
La situazione insufficiente prevede condizioni microclimatiche non adeguate agli animali: es. ambienti chiusi o polverosi. La polverosità che si configura come una situazione insufficiente viene identificata da situazioni non adatte agli animali, come ad esempio il riscontro di una nube di polvere e/o che non permette in condizioni di illuminazione artificiale di vedere la fine del capannone.
Risulta quindi chiaro che elevate concentrazioni di polveri possono:
- compromettere il benessere dei suini;
- aggravare le condizioni di stress termico nei periodi caldi;
- influenzare negativamente i parametri sanitari e produttivi dell'allevamento, in quanto i suini allevati in ambienti in condizioni di “aria scadente” ingeriscono minori quantità di mangime; hanno una peggiore resa alimentare; hanno una concentrazione ematica di cortisolo più elevata e un profilo etologico che si distingue per una minore giocosità, con accentuazione dei fenomeni di aggressività e cannibalismo;
- determinare valutazioni negative nell'ambito dei controlli ufficiali sul benessere animale con possibili conseguenze economiche per l'azienda;
- trasmettere Virus e malattie che possono danneggiare i livelli produttivi;
- Influire sullo stato di salute delle risorse umane, direttamente (veicolando agenti patogeni o geni di resistenza agli antibiotici) o indirettamente (es. suscettibilità individuale ad allergeni aerodiffusi)
Valutazione della polverosità (da Manuale ClassyFarm):
Per valutare la polverosità è necessario che il Veterinario o il Tecnico AST, all’inizio della rilevazione nello Stabilimento, posizioni un foglio di carta A4 nero su di una superficie che abbia un’altezza superiore al livello in cui si trovano i suini, lontana dai distributori di mangime. Al termine della valutazione il personale addetto all’ispezione dovrà riprendere il foglio e valutare il quantitativo di polvere presente (nessuna, poca, un rivestimento sottile, molta polvere, il colore del foglio non è riconoscibile) e se ne è presente molta o se il colore del foglio non è più riconoscibile la condizione è insufficiente.

Ad integrazione delle misure fondamentali di biosicurezza da applicare negli stabilimenti di suinicoltura (ad es. quarantena delle rimonte, utilizzo di DPI, formazione del personale, standardizzazione dei ricambi d’aria, riduzione della contaminazione fecale di superfici e strutture, uso regolare di detergenti con azione di rimozione del biofilm nei protocolli di igiene e disinfezione in corso di vuoto sanitario), il rischio biologico zoonosico può essere ulteriormente mitigato riducendo l’esposizione al particolato. Ciò può avvenire anche tramite interventi programmati di disinfezione in presenza degli animali con prodotti idonei (ad es. virkonizzazione), con l’obiettivo di limitare la pressione infettiva associata alle polveri sospese e, contestualmente, contenere la concentrazione di endotossine aerodisperse e gas nocivi. Tali interventi devono prevedere l’impiego di presidi autorizzati per questa specifica modalità d’uso, con comprovata innocuità per gli animali, sicurezza per gli operatori ed efficacia contro agenti patogeni resistenti.
La riduzione del rischio biologico professionale per persone e animali richiede l’adozione di procedure razionali e innovative di profilassi ambientale, da applicare anche all’intero ciclo produttivo. Solo in questo modo è possibile garantire la sicurezza dei lavoratori, tutelare la salute animale, migliorare la redditività dell’impresa zootecnica e preservare la salubrità degli alimenti destinati al consumatore.
In questo contesto, la collaborazione culturale e operativa tra l’allevatore ed i veterinari, aziendali e del S.S.N., rappresenta un fattore essenziale di successo. Tale sinergia consente infatti di contenere le incertezze legate al rischio biologico occupazionale, promuovendo al tempo stesso elevati standard igienico-sanitari nell’ambiente di allevamento e un migliore livello di benessere animale.
Autore
Giuseppe Iacchia